Studio Legale Giovanni Greco
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 Riferimento: Amministrativo
Data di pubblicazione: 04/10/2012
TAR Lecce, Sez. III, 28/09/2012, n. 1624 Termini impugnazione titolo edilizio – Distanze legali
Secondo giurisprudenza consolidata, anche del TAR Lecce, l’onere di tempestiva impugnativa decorre dalla conoscenza, reale o presunta, dell’esistenza e dell’entità delle violazioni urbanistiche, la quale viene ricondotta alla realizzazione del manufatto, cioè al momento in cui sia materialmente apprezzabile la reale portata dell’intervento in precedenza assentito e non dall’effettiva conoscenza acquisita della concessione.
La conoscenza del proprietario limitrofo può, allora, ritenersi ragionevolmente acquisita ove le opere edilizie realizzate abbiano raggiunto una consistenza tale da rendere palese l’illegittimità e la lesività per le posizioni soggettive vantate, cioè allorché l’edificazione abbia raggiunto dimensioni tali da integrare la certezza sulla sua forma almeno approssimativa (T.A.R. Puglia, Lecce, sez. III, 14 febbraio 2012, n. 274). Tale non può essere considerato, come nel caso di specie, il momento dell’inizio lavori.
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Quando una parte edifica per prima ad una distanza inferiore dal confine, secondo giurisprudenza consolidata:
- si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dagli artt. 873 e seguenti del codice civile, che in applicazione del principio di prevenzione attribuisce a chi edifica per primo una triplice facoltà alternativa: a) costruire sul confine; b) costruire con il distacco previsto dalla normativa vigente; c) costruire con distacco inferiore alla metà della distanza minima prescritta, salva la possibilità per il vicino di costruire successivamente avanzando la propria fabbrica fino a quella preesistente, pagando la metà del valore del muro del vicino che diventerà comune, oltreché il valore del suolo occupato per effetto dell’avanzamento della fabbrica ovvero arretrare la costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico (Cass. Civ. sez. II, 7 agosto 2002, n. 11899; Consiglio Stato, sez. IV, 31 marzo 2009, n. 1998);
- la distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, prevista dall’art. 9, D.M. 2 aprile 1968 n. 1444, va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano e a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela.
Gli sporti, cioè le sporgenze da non computare ai fini delle distanze perché non attinenti alle caratteristiche del corpo di fabbrica che racchiude il volume che si vuol distanziare, sono i manufatti come le mensole, le lesene, i risalti verticali delle parti con funzione decorativa, gli elementi in oggetto di ridotte dimensioni, le canalizzazioni di gronde e i loro sostegni, non invece le sporgenze, anche dei generi ora indicati, ma di particolari dimensioni, che siano quindi destinate anche a estendere e ampliare per l’intero fronte dell’edificio la parte utilizzabile per l’uso abitativo (Cons. di Stato, sez. IV, 5 dicembre 2005, n. 6909);
- per “pareti finestrate”, ai sensi dell’art. 9 D.M. 2 aprile 1968 n. 1444 e di tutti quei regolamenti edilizi locali che ad esso si richiamano, devono intendersi, non (soltanto) le pareti munite di “vedute”, ma più in generale tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l’esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce) e considerato altresì che basta che sia finestrata anche una sola delle due pareti (Corte d’Appello, Catania, 22 novembre 2003; T.A.R. Toscana, Firenze, sez. III, 4 dicembre 2001, n. 1734; T.A.R. Piemonte, Torino, 10 ottobre 2008 n. 2565; T.A.R. Lombardia, Milano, sez. IV, 7 giugno 2011, n. 1419).
Secondo giurisprudenza consolidata, dal cui orientamento il TAR Lecce non ravvisa valide ragioni per discostarsi:
- la disposizione di cui all’art. 9, comma 1 n. 2, D.M. 2 aprile 1968 n. 1444, essendo volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia d’imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, e quindi tassativa e inderogabile, non solo impone al proprietario dell’area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata a essere mantenuta a una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell’art. 907 comma 3, c.c., ma vincola anche i Comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l’anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata, atteso che l’art. 9, D.M. 2 aprile 1968 n. 1444, per la sua natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione (Cons. di Stato, sez. IV, 27 ottobre 2011, n. 5759; Idem, 12 giugno 2007, n. 3094).
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